Detto questo, ormai è risaputo che l’effetto di qualsiasi sostanza psicoattiva sia soggettiva e che dipenda, in termini di efficacia/potenza per quanto riguarda la cannabis, non solo dal sistema cannabinoide endogeno del soggetto assuntore, ma anche dalla presenza e concentrazione dei vari principi attivi presenti all’interno che non hanno effetti psicotropi come ad esempio il CBD, ma anche altri come il CBG, CBN, CBC, svariati terpeni che possono regolare l’azione farmacologica/psicotropa del THC(azione riscontrata anche nel CBD), flavonoidi, idrocarburi, acidi grassi, alcoli, aldeidi e cannaflavine (https://www.cannabisterapeutica.info/2014/07/09/i-principi-attivi-della-cannabis-in-breve/) che nell’insieme, quindi nell’utilizzo del fitocomplesso, può portare al cosiddetto effetto Entourage; difatti i principi attivi presi singolarmente possono rivelarsi meno efficaci o con effetti diversi, anche negativi, da quelli della pianta nel suo complesso. Invece per quanto riguarda i danni alla salute di un soggetto consumatore, (lo scopo del proibizionismo sarebbe quello di tutelare la salute pubblica, obbiettivo mai raggiunto attraverso tentativi totalmente fallimentari che, anzi, vanno contro la sopraddetta tutela), non si può pensare che se una sostanza sia legale allora questa non sia dannosa o comunque meno dannosa di altre sostanze ritenute illegali in un determinato paese, piuttosto va semplicemente interpretato come “standard culturale e sociale”, ossia un comportamento e/o un utilizzo/consumo che in una determinata società e cultura è normalmente accettato oppure no. Infatti per valutare i danni alla salute di una determinata sostanza bisogna prendere in considerazione il concetto di set-setting: “Il set è l’insieme dei fattori legati alla vita della persona: età, sesso, cultura, condizioni fisiche e psichiche, motivo per cui la sostanza viene usata, aspettative sugli effetti della droga. Il setting è l’insieme dei fattori esterni all’individuo, cioè l’ambiente e le circostanze in cui è inserita la droga in senso generale: cioè il luogo fisico, il tipo di persone assieme alle quali usa la droga; il setting va inteso anche in senso più generale: cioè il tipo di società e di cultura in cui l’individuo è inserito. E’ ovvio che una valutazione delle conseguenze dell’uso delle droghe sulla salute dei consumatori non può prescindere da queste due importanti variabili. Di conseguenza, poichè la definizione inequivoca del concetto di "salute" è la base di un regime sanzionatorio che investe potenzialmente ciascun cittadino, tale definizione dovrebbe essere volta per volta calibrata sul singolo individuo e la singola situazione. Di qui la domanda: chi può stabilire, e come, quello che è bene o male per la salute di una determinata persona in una determinata situazione? La legge proibizionista, come è noto, basa il suo sistema sanzionatorio esclusivamente sulle sostanze, e ignora ogni altro dato. Quindi non è in grado di valutare compiutamente l’eventuale minaccia alla salute portata dall’uso di droga. Fin qui siamo rimasti sul terreno di un’argomentazione passiva: abbiamo dimostrato che l’uso di sostanze psicoattive non danneggia necessariamente la salute, dando per scontato che non abbia alcun effetto positivo. Ma siamo sicuri che le cose stiano così? Per dare una risposta, dobbiamo partire da una considerazione: che la "salute", come viene comunemente intesa (cioè "assenza di patologia") viene spesso conseguita con l’uso delle "medicina". Fra le "medicine e le "droghe" esiste un importante dato in comune: entrambe agiscono attraverso un meccanismo farmacologico. [...] La continuità fra "droghe" e "medicine" è dimostrata anche dal fatto che diverse malattie e disturbi mentali vengono curati con medicinali psicoattivi (tranquillanti, ipnotici, antidepressivi), che hanno effetti analoghi a quelli delle droghe illegali, e vengono infatti spesso usati dai consumatori in sostituzione delle medesime. Tuttavia, esiste nella nostra cultura una rigida contrapposizione fra le cosidette "droghe e le "medicine": delle prime si da per scontato che apportano piacere ma sono dannose alla salute; alle seconde si attribuisce la capacità di restituire la salute, ma di essere indifferenti (o contrarie) al piacere. In definitiva, il concetto di "droga" è considerato quasi antitetico a quello di "medicina" in qualche modo, il "diritto alla salute" viene contrapposto al "diritto di piacere". Quest’idea è collegata a un approccio prevalente nella medicina contemporanea: quello settoriale e iperspecialistico, che propone una terapia finalizzata al perfetto funzionamento degli ingranaggi-organi componenti della macchina-corpo, e che identifica la condizione di "salute" con "l’assenza di patologia". Questo tipo di approccio ignora l’umore, inteso come assetto complessivo della psiche, che comprende i vissuti di "piacere", "benessere", "malumore" ecc. D’altra parte, nella concreta realtà esistenziale dei singoli individui, i confini fra "piacere", "benessere" e "salute" sono estremamente labili. L’influsso determinante dall’ umore sulla sfera somatica è stato ampiamente riconosciuto dalla medicina ufficiale, laddove si è teorizzato il meccanismo "psicosomatico" nella patogenesi di una lunga serie di malattie particolarmente diffuse nella nostra epoca.[...] Se si riconosce nel bisogno del benessere e di gratificazione un elemento importante dell’equilibrio psicosomatico, il fenomeno dell’uso delle cosiddette "droghe" può essere valutato non soltanto in termini di danni alla salute, ma anche di possibile apporto positivo all’ equilibrio esistenziale degli individui. Ciò sarebbe confermato dal fatto che le "droghe" (legali o illegali, al di fuori della finzione delle burocrazie dell’ONU) sono state usate dall’ umanità - come viene accennato anche dall’ Autore nelle Conclusioni citando una fonte insospettabile e autorevole come J. Jaffe in quella che è considerata dagli addetti ai lavori come la "Bibbia" della farmacologia, il Trattato di Goodman & Gilman. Nella nostra cultura sono infatti enormemente diffuse alcune sostanze che non sono definite "farmaci", ma ne condividono una fondamentale caratteristica: il fatto di essere assunte dagli esseri umani per ottenere effetti psicoattivi. Si tratta dei cosiddetti "intossicanti voluttuari", come tabacco, tè e caffè (usati come stimolanti), alcolici (usati come depressivi-euforizzanti). Rispetto a queste sostanze, l’opinione corrente ha un atteggiamento del tutto diverso da quello relativo alle "droghe".[...] Il fatto che gli intossicanti voluttari siano usati da una vasta proporzione della popolazione adulta ci sembra dovrebbe indurci a indagare i motivi per cui la gente è spinta a sperimentarne gli effetti: che vanno probabilmente ricercati nella vasta terra inesplorata che spazia tra lo stato di "salute", inteso come "assenza di malattia", e le esperienze del "benessere", del "piacere" e delle "alterazioni della coscenza". La questione è trattata da diversi studiosi, che hanno affrontato il problema partendo dalle "droghe" illegali. Tra tutti ricordiamo A. Weil e W. Rosen, che hanno identificato nel "desidero di alterazione della coscenza" uno dei motivi fondamentali dell’uso di sostanze psicoattive. Questo desiderio viene impiegato in svariate circostanze : culti religiosi (dall ’uso tribale dell’oppio nel mondo greco-romano - ampiamente documento da Averni - a quello del vino nei riti ebraici e cristiani), ESPERIENZE DI INTROSPEZIONE, rapporti sociali, creazione artistica, AUMENTO DELLA PERCEZIONE, SOLLIEVO DA SITUAZIONI SPIACEVOLI ecc. (cfr. A. Weil - W. Rosen, Chocolate to Morphine. Understanding Mind-active Drugs, Boston, 1983, pp. 14-21). In un ottica più scientifica, la questione è stata affrontata da Ronald Siegel, docente di Farmacologia all’UCLA (Università di Los Angeles) e consulente dell’OMS. Secondo Siegel, la spinta all’ uso di sostanze psicoattive è presente anche negli animali, e deve essere considerata come il "quarto impulso" degli esseri viventi, dopo quelli della fame, della sete e del sesso:"Le motivazioni mediche della intossicazione sono più facili da capire se pensiamo alle sostanze psicoattive come agenti adattogeni. Tecnicamente, un adattogeno è una sostanza che aiuta la gente ad adattarsi alle situazioni fisiche o psicologiche. Le fluttuazioni negative del sistema fisiologico, chimico, biologico o neurologico possono essere corrette da alcuni adattogeni. Così, se il corpo o la mente sono stanchi, un adattogeno ne risolleva il funzionamento. Di converso, se si è troppo eccitati, un altro adattogneo può smorzare l’agitazione. Alcuni adattogeni non solo correggono gli squilibri, ma hanno una funzione normalizzante aiutando persone anche SANE ad aumentare la loro resistenza alle potenziali alterazioni" (R. Siegel, Intoxication: Life in Pursuit in Artificial Paradise, New York, 1989).” Giancarlo Arnao (articolo completo qui).

Arrivati a questo punto, credo che la maggior parte dei lettori e non di questo articolo siano d’accordo sul fatto che ci sia bisogno di una regolamentazione di tutte le sostanze aventi un effetto psicotropo, legali e illegali e sopratutto di una maggior informazione su di esse a partire già dall’adolescenza visto i possibili(ma non certi) danni conseguenti ad un uso cronico, per quanto riguarda la cannabis, da parte di questi ultimi soggetti, in vista della completa formazione celebrale.

Se prendiamo il parametro DL50(dose letale per il 50% della popolazione) della cannabis e lo paragoniamo a quello di altre sostanze di uso comune come alcool, caffè, tabacco, cacao (senza considerare zucchero,sale e altri alimenti) aspirina e altri farmaci è difficile capire le motivazioni di così tanta demonizzazione e repressione verso la cannabis(dose letale alimenti), appunto, che l’OMS stessa definisce come sostanza di bassa tossicità. Nello specifico la cannabis ha un DL50 in un soggetto adulto di circa 60 kg, assunta per inalazione (per via orale la DL50 aumenta per via della metabolizzazione e dunque neutralizzazione del principio attivo) che oscilla tra 1:20.000 e 1:40.000(assunzione letale in un range costituito da ventimila a quarantamila dosi nell’arco di un quarto d’ora) mentre quello dell’aspirina è di 1:20, quello della caffeina è di circa 1:150, circa 12 g di caffeina ovvero circa 150 tazzine di caffè , quello dell’alcool se prendiamo come singola dose una birra da 33cl al 5% di gradazione alcolica è di circa 1:60 che scende all’aumentare della gradazione alcolica(mezzo litro di alcool puro,ossia 400g di alcool, circa, è letale per il 50% della popolazione adulta con un peso di circa 60 kg), quella del tabacco varia tra 1:10 e 1:60, ossia un intervallo che va tra i 30 e i 60 mg di nicotina( vengono effettivamente assorbiti dal corpo umano da 1 a 3 mg di nicotina da ogni singola sigaretta), quella dei farmaci in generale è di 1:10 (GANJA-SALUTE/DANNI); in questo caso, ma anche per tutte le sostanze psicotrope illegali quando si entra nel campo degli effetti terapeutici bisogna trattare anche i parametri DE50(dose efficace per il 50% della popolazione), IT (indice terapeutico considerata la distanza tra i valori al 50% delle curve dose/effetto DE e dose/morte DL) e il limite di sicurezza dato dalla distanza tra DE99 e DL1. Per chi volesse approfondire, QUI l’articolo completo. 

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